
Comunicato Stampa
Maniago (PN)
18 ottobre 2010
La mia gara al Magredi Mountain Trail
Finalmente dopo due settimane dalla sua partecipazione alla Magredi Mountain Trail del 3 ottobre, corsa in ambiente naturale di 55 km con 1800 metri di dislivello positivo, l’autore Emiliano Grisostolo diffonde il racconto della sua avventura, confermandosi nuovamente uno scrittore atipico, o trailer scrittore, com’è stato definito poche settimane prima della manifestazione. Dopo una breve apparizione di circa dieci giorni nelle note del suo profilo del noto social network, che Grisostolo utilizza frequentemente per comunicare ai suoi lettori tutte le ultime novità che lo riguardano, ora questo racconto sarà a disposizione di quanti lo vorranno leggere cercandolo nel web; un nuovo esperimento letterario, non nuovo a dire il vero, in quanto questo genere letterario sta prendendo sempre più piede nei blog dedicati al running, al trail o ultra trail, dei quali l’autore maniaghese è un grande sostenitore e fan, che vi farà rivivere tutta la sua avventura.
Tutte le info su:
www.emilianogrisostolo.it
www.emilianogrisostolo.blogspot.com
Racconto:
La mia gara al Magredi Mountain Trail 55 km 1800 d+
3 ottobre 2010
Era maggio, i primi di maggio, quando entrai, come mi capita di fare almeno una volta la settimana, in una libreria del paese in cui vivo, Maniago. Avevo deciso da qualche giorno di riprendere a correre, un po’ in mtb e su strada, un po’ a piedi, e la corsa a piedi in montagna mi stava prendendo di brutto, nuovamente. Feci per uscire e il mio sguardo cadde distrattamente sul bancone dov’era poggiata una pila di volantini, ne presi uno e i miei occhi s’illuminarono, parlava di una corsa nella natura di 55 km a quasi 2000 metri di dislivello… un sogno.
Era l’inizio di quella che ora posso raccontare come la mia personale avventura di avvicinamento di 5 mesi al mio primo Trail, conclusasi il 3 ottobre dopo 10 ore e 17 minuti di corsa. Ma partiamo dall’inizio.
Sveglia all’alba alle ore 4, anche se in realtà sono già sveglio dalle 3, dopo solo 5 ore di sonno. L’attesa era così snervante, la voglia di partire così forte, la paura di crollare e non arrivare in fondo così prepotente, che ero già pronto nel momento stesso in cui ho ritirato il pacco gara il sabato mattina, 2 ottobre, preparando il mio corredo per la corsa. Camel bag, una maglia di ricambio, frutta secca, barrette energetiche e sali, coperta termica, fischietto, porta borraccia in vita con tasche per il cellulare e altre barrette… tutto al suo posto, tutto in ordine, provato e indossato in varie uscite di test prova materiali. Non si corre un Trail senza cognizione di causa, senza allenamenti specifici, nonostante personalmente non sia mai riuscito a coprire lunghe distanze per mancanza di tempo, e questo si è fatto sentire durante la gara come già sapevo.
Colazione abbondante, al di là di quello che abitualmente mangio di solito, liquidi a volontà, sali e bevanda energetica, alle 5 e 15 in macchina direzione campo sportivo di Basaldella, ore 5.30 arrivo nel parcheggio dove gli atleti sono già in fermento. C’è chi corre qua e la per sciogliere le gambe, chi parla allegramente con alcuni amici, chi pensieroso si aggira senza una meta; altri invece salgono sulla prima corriera alla volta della località Dandolo.
Arrivati, inizio a riscaldarmi nuovamente, nell’attesa che giunga il secondo gruppo di atleti, nel frattempo indosso zaino, borraccia, cappellino, guanti e lampada frontale, perché sono solo le 6.05 ed è ancora buio. La seconda corriera giunge verso le 6.20, oramai manca pochissimo, in quel poco tempo rivedo tutti i 5 mesi passati ad allenarmi per fare questa gara, quest’unica gara, dalla quale mi aspetto solo panorami meravigliosi, ma che mi ha dato molto di più sotto tutti gli aspetti.
Ore 6.30 e qualche minuto si parte per l’avventura. Ci dirigiamo immediatamente verso il greto del fiume Cellina seguendo alcuni biker dello staff organizzativo, che con le loro lampade guidano il gruppo di testa, e mentre il serpentone si allunga io iniziamo a scivolare indietro di qualche posizione. Non sono mai stato un fenomeno nelle partenze, non che fosse a razzo, però causa uno stiramento non ancora guarito del tutto alla gamba sinistra, non riesco a spingere come voglio, e la paura di farlo troppo presto mi costringe a restare tranquillo. Prima delle asperità ci sono circa 12/13 km di pianura in cui i più forti prendono il largo, la mia andatura tranquilla invece mi ha fatto retrocedere parecchio, non ho molti atleti alle spalle. Verso le 8.20 mangio una barretta, arrivo a Maniagolibero, faccio la prima salita verso la statale camminando, la gamba mi fa male nel cambio di pendenza e non riesco a spingere. Sto già pensando di levare le tende nel punto in cui è stata posta l’ambulanza, troverò qualcuno che mi riporterà al palazzetto e alla macchina? Poi decido di tenere duro, con tutti i sacrifici che ho fatto per partecipare non posso mollare così, è la prima edizione del Magredi Mountain Trail, devo arrivare in fondo!
Inizio a salire nel bosco che conosco come le mie tasche, così come la zona del Cellina che ho già superato. Il fisico regge bene al ritmo, la gamba trema un po’, ma camminando a passo spedito riesco a salire abbastanza bene. Peccato, se avessi potuto spingere sarei salito più velocemente, conoscendo i luoghi sai dosare le forze, ma pazienza, meglio piano che ritirato. Imbocco il sentiero di Sant’Antonio alto, quello che porta in croce, verso la valle Sant’Antonio. Il mio ritmo è regolare, non voglio forzare, dopo un po’ raggiungo un altro concorrente, un paio li ho superati nella salita verso la statale, circa quindici minuti prima… altri, anche donne, mi hanno invece superato nello stesso punto. L’uomo sta fotografando il paesaggio, stupendo da quella roccia che dà sul vuoto, peccato per le nubi e la nebbia che rubano i colori ad un paesaggio mozzafiato.
Continuo a salire, prendo il bivio a destra e lascio il sentiero Cai per seguire una pista dei cacciatori che non conosco, che sale lungo un ghiaione per poi immettersi all’interno del bosco. Il primo tratto è duro, poi diviene morbido, ma è solo il primo assaggio di ciò che invece mi sta aspettando. Mentre salgo camminando, vengo superato da un atleta che da un po’ mi stava poco dietro, il suo passo è regolare, veloce, con i bastoncini sale agile aiutando la spinta con le braccia, la mia gamba dolorante va un po’ meglio ma non oso forzare oltre. Solitamente se sto bene fisicamente vado bene in montagna, e nonostante cammini raggiungo un gruppo di ragazzi che stanno riprendendo fiato. Decido di continuare a salire senza fermarmi. Il sentiero nel bosco in quell’ultimo tratto è durissimo. Arranco, mi arrampico quasi in certi passaggi, chiacchierando con una concorrente che copre quella salita insieme a me. Saranno forse duecento metri, ad un certo punto perdo la cognizione delle distanze e del tempo, ma sono durissimi, mai superato un tratto così. Alla fine tra fango e alberi ai quali aggrapparsi, raggiungo il sentiero Cai che sale dalla croce in valle Sant’Antonio e porta alla croce sulla cima del Monte Jouf, ad una quota di 1200 metri circa, seguito dalla concorrente con la quale scambio qualche battuta. Transito nei pressi della croce alle 9.50 circa, attorno a me solo nubi, ho impiegato circa un’ora e mezza a salire, oltre il tempo che mi ero imposto, ma non conoscevo il sentiero nel bosco e non pensavo che ad inizio salita la gamba mi facesse male a quel modo. Scendo con calma verso lo spiazzo nei pressi della malga dove si trova il primo cancello orario, due ore d’anticipo sulla chiusura possono andare bene, ma non devo perdere altro tempo. Mi fermo 5 minuti, riempio la borraccia che nel frattempo ho svuotato, così come un terzo del camel bag, mangio qualche frutto secco e riparto, cercando di seguire l’atleta con cui avevo coperto l’ultimo tratto di salita, la lascio andare quasi immediatamente. Decido di mangiare altre due barrette e un po’ di frutta secca. Le gambe sono andate, ma non ancora del tutto, la sinistra sembra tenere nuovamente, mi trattengo e non spingo, così come da previsioni impiego 40 minuti per percorrere i 5 km che portano in Pala Barzana a quota 800 metri circa, ad un’andatura molto blanda che non va oltre la media degli 8 km/h. Se voglio arrivare in fondo devo usare la testa, perché di lì a poco inizierà nuovamente la salita che mi porterà verso metà Raut e il sentiero Frassati. Supero il punto di soccorso avanzato e di possibile ritiro, decido che fino a Poffabro dovrei farcela, un piccolo dente, e poi giù per 7 km. Ma il dente verso il Raut mi taglia le gambe, un crampo inizia a farsi strada nella coscia destra, mi devo fermare. Il cambio di ritmo è stato notevole, ho preso i primi metri troppo forte e ora ne pago le conseguenze. Vado su camminando, fermandomi ogni tanto, poi appena sto meglio riprendo un passo regolare verso la bandiera posta ad una certa altezza rispetto al punto in cui avrei potuto ritirarmi, guardo giù e penso che si sale veloci anche lungo questo sentiero. Da qui è divertimento puro attraverso ghiaioni che scendono tra le nubi, e sono fortunato questa volta a non poter vedere giù, perché purtroppo soffro di vertigini; ma il sentiero è ben segnato e affidabile, largo quanto basta a darmi sicurezza, in oltre ci sono molti uomini del soccorso alpino e dello staff pronti a dare una mano.
Raggiunto il punto più alto all’interno di un bosco in cui corro praticamente da solo, mi accorgo che le gambe sono saltate definitivamente, il dolore ai muscoli laterali cosciali è costante, e mi aspettano 7 km di discesa che affronto con estrema calma, in circa un’ora. Una discesa stupenda, dove potersi divertire se le gambe te lo permettono, ma non è il mio caso. Mi fermo solo una volta a riempire la borraccia in un ruscello segnalato dal road book che nel frattempo è diventato il mio fedele alleato su cui fare affidamento. Riparto, ma mentre ripongo la borraccia al suo posto mi accorgo che quel pezzo di carta non c’è più, e il panico mi assale. Mi volto e lo vedo nell’acqua, immobile, non si sa come non è scivolato via con la corrente. Velocemente torno indietro e lo raccolgo, lo ripongo con cura al suo posto e riparto per gli ultimi 3 km che sembrano non terminare mai. Il paesaggio è stupendo, il silenzio anche. Dalla Pala Barzana non ho più visto concorrenti, solo un paio di cacciatori mentre salivo verso il Raut e una famiglia che mangiava un panino nei pressi di una casetta nel bosco. Nessun atleta, uomo o donna, e questo mi fa pensare che forse sono proprio io l’ultimo. Non ha importanza, mi sono messo l’animo in pace alla partenza sotto questo aspetto, sono qui per correre nella natura, non per sogni di gloria.
Raggiungo Poffabro alle 12.15 circa, dopo un’ora e mezza dalla Pala Barzana, qui c’è un punto di ristoro e mi fermo per bere e mangiare qualcosa. La borraccia è piena a tre quarti, e il camel bag dovrebbe esserlo per metà circa, non ho modo di vederlo senza svuotare lo zaino, quindi tiro dritto. Qui mi raggiungono un gruppo di atleti, tre in tutto, mi superano in discesa, per stargli dietro e non rimanere nuovamente da solo in montagna allungo e sforzo nuovamente la gamba sinistra che riprende a farmi male. Inoltre i muscoli laterali continuano la loro opera di persuasione, ma io non mollo, non posso farlo ora, sono a 30 km, ancora 25 circa ed è fatta. Mentre scendo verso il fondo valle telefono a mia moglie, almeno passo cinque minuti pensando ad altro, riferisco come sto, che ho deciso di continuare e che va tutto bene, più o meno insomma…
Riprende la salita verso Frisanco, non molto dura, con dei gradini, ma con la gamba sinistra a pezzi arranco più del pezzo duro del Monte Jouf. Raggiungo il paese, un ragazzo dello staff mi indica la strada, passo a lato di una festa d’artigianato di strada, e ho la tentazione di chiedere all’uomo dello staff se posso ritirarmi in quel punto, se qualcuno verrà a prendermi li, ma stringo i denti e vado avanti. Non posso, non posso… Devo arrivare in fondo. Guardo l’ora, ho impiegato mezz’ora per coprire forse un paio di chilometri! La salita continua, il road book dice che si tratta dell’ultimo tratto di salita, si dovrebbero raggiungere i 500 metri circa d’altezza. Se non fosse per quella contusione muscolare alla gamba che mi sono causato due settimane prima, tutto sarebbe quasi perfetto. Mangio delle gelatine energetiche e mi riprendo. Raggiungo località Madonna della Stangada, camminando e correndo a tratti dove il sentiero spiana, tre uomini dello staff mi indicano di salire lungo la scalinata e mi viene voglia di dire loro che l’ultima volta che l’ho percorsa è quando mi sono sposato nove anni prima. Ma tiro dritto salutandoli, non sono molto lucido e voglio arrivare il prima possibile a Cavasso Nuovo dov’è posto il secondo cancello orario alle ore 16.00.
Impiego un’ora abbondante ad arrivare alla borgata che mi si presenta di fronte, Valdestali, sono le 13.25 circa. Ora ho solo discesa, ma le gambe a pezzi mi impediscono di apprezzare la cosa, salita o discesa fa lo stesso…
Raggiungo Cavasso Nuovo percorrendo il sentiero del Pane, attraverso un bosco fangoso e un ennesimo dente fatto da scalini di legno fatti con tavole che aspettavano solo il mio passaggio. Un calvario. In un punto in cui credo di essermi smarrito per qualche minuto, sento un uomo dello staff indicarmi il passaggio migliore per passare oltre un ostacolo lungo la salita… Poi mi riprendo e lavorando con la gamba destra per alleggerire la sinistra, peggioro ulteriormente la situazione generale. Contusione alla coscia posteriore destra e alla base del muscolo tibiale destro. Sono a pezzi, sto crollando e mancano ancora più di 15 km!
Esco dal bosco e scendo lungo la strada ripida che scende verso la chiesa, conosco i luoghi, per fortuna… raggiunta la piazzetta sottostante la chiesa, non vedo più fettucce rosse e bianche o frecce blu, panico, mi sono perso! Mi guardo attorno, torno un po’ indietro, ma niente. Ho smarrito la retta via, ha detto una volta qualcuno, pure io, mi ripeto. Non mi perdo d’animo, so che bisogna passare per il centro, probabilmente dovevo scendere a destra, ma non ho visto la freccia, come ho detto non sono molto lucido, quindi prendo il telefono e chiamo l’organizzazione che mi indica la zona da raggiungere, ringrazio e mi avvio verso la strada alla mia destra, raggiungo zona Palazzo Toffoli a poche centinaia di metri e vedo che un ragazzo dello staff mi fa cenno di raggiungerlo. Gli spiego che sono sceso dalla parte sbagliata e mi fa rientrare in gara, prendono nota del mio numero al cancello orario, sono le 14.15, ho impiegato due ore da Poffabro! Bevo e mangio, riempio la borraccia, metto nello zaino un’altra bottiglia d’acqua. Medito il ritiro, ma decido comunque di continuare, oramai sono a pezzi, tanto vale arrivare in fondo.
Un signore mi chiede come facciamo a fare tutti quei chilometri, io sorrido, gli dico che non lo so, e salutandolo riparto. Raggiungo la statale, si corre per un tratto di asfalto in leggera discesa, poi si svolta a sinistra e si scende verso il campo sportivo e il Torrente Meduna. Mangio l’ultima barretta energetica. Riprendo a correre, le gambe stanno meglio, un attimo prima erano doloranti, un attimo dopo vanno quasi bene. Nel frattempo mi hanno superato tre atleti, uno è avanti, due a soli dieci metri. Li raggiungo, corro regolare, non forte, e copriamo un paio di chilometri insieme, durante i quali ad un certo punto mi chiamano al cellulare e chiacchiero, mentre corro mezzo stravolto. Raggiungo il letto del Meduna, una bellissima strada battuta camionabile che scende lenta verso il ponte tra Colle e Sequals, qui trovo l’ultimo rifornimento d’acqua, ne approfitto per riempire la borraccia mentre tengo di riserva estrema la bottiglia che ho nello zaino. Raggiungo il ponte, qui le frecce indicano di svoltare a destra e seguire la sponda destra del letto del torrente. Il Meduna non lo conosco come il Cellina, quindi non ho alcun punto di riferimento sulla distanza percorsa e quella che devo ancora coprire. Stringo i denti e vado avanti seguendo le fettucce appese ad alcuni pali di legno. Il ragazzo davanti a me se ne sta andando, lo avevo quasi preso, ma ora ha un ritmo migliore del mio su quel terreno. La camionabile è diventata molto meno agevole, all’inizio una pietraia dove cammino, non riesco a fare velocità, ma non posso andare avanti così, sono circa le 15.30 e ho ancora tre ore per coprire circa 10 km. Potrei farmeli camminando, ma ho ancora un po’ di forze residue. Bevo gli ultimi sali contenuti nel camel bag insieme all’acqua e poi continuo con la borraccia. Mi ritrovo ad averne solo metà poco tempo dopo. Il silenzio di quei luoghi in apparenza monotoni, ma a modo loro stupendi, da vivere in prima persona come sto facendo in quel momento, è rotto solo dal rumore di una moto da cross da qualche parte sull’argine destro, ma anche quella dopo un po’ scompare lasciandomi nuovamente da solo. I due atleti dietro a me sono spariti, gli ho distaccati a Colle, ed ora siamo a metà del Meduna, mancano ancora 7 km circa, ma non ho punti di riferimento, quindi avanzo costantemente, per un tratto di forse un chilometro camminando, guardandomi indietro alla ricerca delle due figure smarrite a Colle. Niente, sono da solo, o semplicemente non li vedo in lontananza. Solo con le fettucce che mi indicano la via giusta da seguire. Se perdessi anche quelle in quei luoghi dispersi e fuori da tutto, non saprei come ritornare nel mondo “civile”. Resto concentrato, per quanto mi è possibile, e finalmente in lontananza vedo un uomo dello staff poco oltre un bivio. Lo raggiungo e mentre gli chiedo se mancano ancora un paio di chilometri lui prende nota del numero, poi mi risponde che no, ne mancano ancora 5. Mi viene male, ma resto concentrato e vado avanti. Ancora quaranta minuti, se riesco a correre anche non troppo forte, dovrei farcela in soli quaranta minuti. Sono le 16.08 circa, gli ultimi chilometri sono un nuovo calvario, ma inizio a sentirmi fiero dell’impresa, e nonostante tutto so per certo che potrò raccontare per sempre di aver portato a termine la gara dentro il tempo massimo di 12 ore. I 5 chilometri però li devo ancora fare, quindi avanzo lentamente ma con costanza, supero uno stradone infinito tra viali di vigna, lungo forse un paio di chilometri, impiego circa un quarto d’ora… svolto a destra, vado avanti per forse un chilometro su strade ben battute e agibili, e vengo raggiunto da un biker che mi viene incontro e che mi incita dicendo che mancano solo un paio di chilometri. E’ fatta!
Stringo i denti, quegli ultimi cinque chilometri sono infiniti, gli ultimi due terribili, inizio ad avere fame e sete, la mia prima crisi di fame, la borraccia l’ho terminata forse un chilometro prima, e devo mangiare e bere assolutamente. Non ho più nulla nelle tasche, quindi decido di camminare rallentando così il passo e prendere dallo zaino della frutta secca che mi ero portato dietro e la bottiglia d’acqua che svuoto per metà in un colpo solo. Rimetto tutto al suo posto e riparto con cadenza regolare e ciondolante. Cento metri e raggiungo il concorrente che mi aveva lasciato per strada a Colle, mancano cinquecento metri circa. Lo saluto, è stravolto pure lui, lo capisco. Continuo regolare, vedo il sottopassaggio e al di là del ponte la figura del palazzetto dov’è posto l’arrivo. Supero la discesa e poi l’ultima salita verso un gruppetto di persone che mi incitano e mi dicono “bravo”,“complimenti”. Li saluto, ancora quaranta metri, svolta a sinistra e altri venti in cui mi sembra di essere il vincitore. Sono contento, non si può spiegare a parole, un’emozione così forte la si può solo vivere in prima persona. Sento il mio nome rimbombare dagli altoparlanti, lo speaker urla il mio nome, sono tra i finisher della prima edizione del Magredi Mountain Trail 2010.
Tutti applaudono il mio arrivo, c’è ancora parecchia gente, applaudo pure io la mia personale impresa che contro tutte le aspettative sono riuscito a portare a termine. Lo speaker continua ad urlare il mio nome, mi da il cinque e mentre mi avvicino intuisco che forse devo battere la sua mano, sono poco lucido, ma nel momento stesso in cui batto il cinque e supero il traguardo in 10 ore e 17 minuti al 92° posto, mi rendo conto di aver passato una giornata stupenda in luoghi nascosti che attendono il mio ritorno il prossimo anno.
Ufficio stampa
Emiliano Grisostolo